Coppia di stagnoni
Maiolica. Marca: assente. Altezza cm 41 circa. Conservazione: buona; restauri al bordo dei piedi; un pezzo con felatura sulla spalla; cadute di smalto ai mascheroni e a un manico di cui alcuni ripresi in vecchio restauro Stagnone di farmacia in maiolica foggiato al tornio, privo di marca, alto 40,2 centimetri, di forma ovale capovolta di grande diametro e profilo della spalla sfuggente; gli aderisce lo sviluppo dell’ampia base del collo cilindrico, che appare cerchiato alla sua metà dal rilievo del cordone ed è fornito di gronda larga declive, oltre la quale emerge l’orlo della bocca. Il vaso si sostiene sul piede cilindrico rastremato di assai mediocre altezza, dotato di orlo superiore estroflesso di estensione notevole, la base circolare larga ma di raggio contenuto, la sua breve superficie modellata dal profilo lievemente convesso. Le due anse sono fissate su punti opposti della superficie del contenitore, al confine tra la spalla e la base del collo, ciascuna plasmata nella forma di una coppia di serpi accostate che posano le teste sulla gronda e inarcano la parte superiore del corpo, ognuna volgendo in direzione opposta rispetto all’altra; le parti centrali dei corpi rimangono unite, costrette da un nastro, favorendo la presa; le code invece divergono e attorcono le spire lungo la superficie del vaso, a contatto della testa del mascherone zoomorfo sottostante, posto a rinforzo della parete vasale. Il terzo mascherone protegge come d’uso il foro praticato al centro della parte più declive della parete, dove trovano sede la spina o il rubinetto regolatori del flusso del medicinale. Esplicativo della funzione del vaso, il cartiglio epigrafico si colloca poco oltre la metà dell’altezza del recipiente, le sue volute maestose giungono a estendersi su buona parte della superficie posteriore; reca la scritta “A. Melisse”, Aqua Melissae; De Sgobbis annovera l’acqua di melissa fra le “Acque Officinali Calide”, vale a dire che per la loro natura elementare operano l’effetto purificante degli umori in maniera decisa (3). La decorazione appare eseguita in monocromia blu di tono tenue sul fondo di colore “berettino”, sinonimo di azzurro a sfumatura di grigio. La tipologia decorativa impiegata può considerarsi una fra le varianti dello stile nominato “calligrafico” negli studi sulla maiolica ligure (1), sintesi imitativa quasi coeva del modello in voga nel vicino oriente all’inizio del XVI secolo (2): nel caso specifico si tratta della presenza degli elementi vegetali stilizzati del “calligrafico a volute tipo B” insieme a quelli più aderenti all’aspetto reale del “calligrafico a volute tipo C”. Il tessuto decorativo si estende senza soluzione di continuità avvolgendo tre quarti circa della superficie del recipiente. Riguardo alla sezione superiore del vaso, la gronda è invece ornata dalla serie di grandi elementi geometrici rettangolari campiti di colore blu, posti quasi a contatto uno vicino all’altro. Sull’ampia zona della metà inferiore del collo, seguendo lo stesso concetto di ornato, si affiancano gli spazi rettangolari che racchiudono i medesimi moduli composti di tre elementi geometrici campiti di colore blu, cioè un rettangolo con i lati brevi concavi collocato fra due semicerchi a esso afferenti. La residua parte declive del vaso è separata dalla decorazione in stile calligrafico mediante lo spazio di una stretta zona priva di decorazione; al di sotto, un’altra zona poco più larga ospita il nastro costituito dal succedersi alternato di piccole foglie bipartite, simili a quelle più grandi del decoro calligrafico relativo al tipo C, e di filamenti ornati da sei o sette coppie di foglioline; la parte inferiore estrema ripete la formula decorativa del collo e della gronda: una fascia divisa in cellule rettangolari che racchiudono l’elemento ogni volta ripetuto, in questo caso la forma di un baccello. La decorazione del bordo convesso del piede riflette, in dimensione ridotta, quella dell’estrema parte declive del recipiente, ma le linee di contorno degli spazi che ospitano i baccelli sono ondulate. Quanto a origine e cronologia, la forma, la decorazione, la cromia dello stagnone lo ascrivono, allo stato attuale delle conoscenze, a produzione ligure tra la fine del XVI secolo e l’inizio del successivo. Note: Guido Farris, V.A. Ferrarese, “Contributo alla conoscenza della tipologia e della stilistica della maiolica ligure del XVI secolo”, Centro ligure per la storia della ceramica, Atti del secondo convegno, Albisola 1969, pp. 11-45. Rita Lavagna, “La maiolica ligure del XVI secolo”, AA.VV., “Ceramiche della tradizione ligure”, a cura di Cecilia Chilosi, Cinisello Balsamo 2011, pp. 31-36. Antonio de Sgobbis, “Nuovo et Universale Theatro Farmaceutico ... in Venetia MDCLXVII”. Stagnone di farmacia in maiolica, simile al precedente riguardo a foggiatura, dimensioni, aspetto, tipologie decorative impiegate, loro distribuzione sulla superficie del vaso, cromia. La scritta sul cartiglio epigrafico nomina il medicinale contenuto “A. Capilloru* Veneris”, Aqua Capillorum Veneris, acqua di capelvenere, che De Sgobbis annovera fra le “Acque Officinali Temperate”; anche Mesue inserisce la pianta fra i medicamenti “purgativi”, cioè purificativi, che agiscono “quietamente” sia favorendo il flusso degli umori sia impedendolo, secondo la necessità terapeutica delle diverse affezioni (1). Lo stagnone, come l’altro, è privo di marca; luogo di origine produttiva e cronologia sono gli stessi: il territorio ligure, alla fine del Cinquecento o all’inizio del secolo successivo. Note: “I libri di Gio. Mesue de i semplici purgativi et delle medicine composte ...”, Venetiis ex Bibliotheca Aldina MDLXXXIX, p. 121. Antonio de Sgobbis, “Nuovo et Universale Theatro Farmaceutico”, in Venetia MDCLXVII.