Felice Ficherelli, detto il Riposo
Felice Ficherelli, detto il Riposo (San Gimignano, 1603 - Firenze, 1669) SANTA MARGHERITA CON IL DRAGO olio su tela, cm 86,5x72.5 SAINT MARGARET AND THE DRAGON oil on canvas, 86.5x72.5 cm Esempio significativo della produzione di dipinti da sala e da camera di Felice Ficherelli (San Gimignano, 1603 – Firenze, 1669), detto il Riposo, questa inedita Santa Margherita con il drago raffigura magistralmente una giovane donna seducente, dalla pelle diafana e dalle labbra appena dischiuse, di un intenso rosso vermiglio. Lo sguardo è rivolto verso l’alto, rassicurato dalla croce che stringe tra le mani affusolate. La figura è resa con una pennellata morbida e fluida, tipica del maestro sangimignanese, che insieme a Francesco Furini e Giovanni Bilivert fu tra i principali protagonisti della pittura fiorentina del Seicento. Dalle fonti, in particolare dalla biografia di Filippo Baldinucci, sappiamo che Ficherelli si formò nella bottega di Jacopo Chimenti. Nella sua fase giovanile realizzò pochi soggetti religiosi, mentre a partire dagli anni Trenta del Seicento si orientò con successo verso temi profani o trattati in modo tale da attenuarne il carattere sacro. Come osserva Baldinucci, la sua pittura si distingue per la grande tenerezza espressiva, per le forme derivate dallo studio del naturale e per una tavolozza influenzata dai “coloriti” di Furini, che ben rappresentano l’adesione a quello stile delicato e sensuale diffusosi nella pittura fiorentina dopo gli anni Venti del Seicento. Nonostante il suo temperamento mite e taciturno – da cui il soprannome “il Riposo” – Ficherelli affrontò spesso soggetti drammatici e concitati, come Tarquinio e Lucrezia o il Sacrificio di Isacco, opere più volte replicate. Tuttavia, anche in questi casi, la tensione narrativa appare attenuata e addolcita, in quella “ambiguità” che, come sottolinea Mina Gregori, costituisce uno degli aspetti più originali della pittura fiorentina del tempo, segnata da un sentimento di partecipazione e pietà verso la vittima. Tornando alla Santa Margherita, la morbidezza della materia pittorica, evidente soprattutto nella resa della veste e dei panneggi, caratterizzati da un effetto quasi serico, insieme alla qualità della pennellata – che rivela affinità con artisti come Cesare Dandini, Cecco Bravo e lo stesso Furini – suggeriscono una datazione dell’opera tra gli anni Trenta e Quaranta del Seicento. Il dipinto testimonia pienamente l’adesione del maestro ai modi del primo Barocco e alla sua fase di piena autonomia artistica, offrendo un’interpretazione personale della cosiddetta “nouvelle vague” della pittura fiorentina seicentesca. Si configura inoltre come un’importante e originale aggiunta al catalogo del Riposo. Si ringrazia Sandro Bellesi per aver confermato l'attribuzione.