Fra Angelico, detto Beato Angelico
Fra Angelico, detto Beato Angelico (Firenze, ca. 1395 - 1455) TEBAIDE tempera su tavola trasportata su tela, cm 68,5x56 TEBAIDE tempera on panel, transferred to canvas, 68.5x56 cm Provenienza - Firenze, collezione Bartolini Salimbeni; - Firenze, Palazzo Internazionale delle Aste ed Esposizioni, 20 novembre 1970, lotto 113; - Collezione privata. Bibliografia - E. Callmann, A Quattrocento Jigsaw Puzzle, in “Burlington Magazine”, XCIX, 1957, p. 150; - M. Boskovits, Toskanische Fruhrenaissance Tafelbilder, Budapest 1969, nn. 4-5; - Catalogo di quanto viene venduto al Palazzo Internazionale delle Aste ed Esposizioni. Opere di Autori dell'800 e dal XV al XVIII secolo, catalogo d'asta, Firenze 20 novembre 1970, lotto 113; - E. Callmann, Thebaid Studies, in "Antichità Viva", 14, III, 1975, pp. 7, 10 nota 23; - H. Brigstocke, Lord Lindsay and the "Sketches of the History of Christian art", in "Bulletin of the John Rylands University Library of Manchester", 64, 1981-1982, pp. 584-586; - E. Mattia, Le Tebaidi, in Iconografia di san Benedetto nella pittura della Toscana, catalogo della mostra di Firenze (Certosa del Galluzzo), Firenze 1982, p. 493; - M. Boskovits, in Opus Sacrum. Catalogue of the Exhibition from the Collection of Barbara Piasecka Johnson, a cura di J. Grabski, Warsaw 1990, pp. 56-61; - Museum of Fine Arts, Budapest. Old Master’s Gallery, London-Budapest 1991, p. 38; - A. De Marchi, Una fonte per Ghiberti e per il giovane Angelico, in "Artista", 1992, pp.148-149, nota 53; - M. Boskovits, Immagini da meditare. Ricerche su dipinti tema religioso nei secoli XII-XV, Milano 1994, pp. 363-365; - A. Malquori, Storie dei padri del deserto nel Convento di Santa Maria Novella, in “Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa”, IV, Quaderni 1-2, 1996, p. 89; - C. B. Strehlke, Angelico, Milano 1998, pp. 15, 68, nota 9; - M. Boskovits, in Masaccio e le origini del Rinascimento, catalogo della mostra di San Giovanni Valdarno (Casa Masaccio, 20 settembre - 21 dicembre 2002), a cura di L. Bellosi con la collaborazione di L. Cavazzini e A. Galli, Milano 2002, pp.168-171; - P. Palladino, Pilgrims and Desert Fathers: Dominican Spirituality and the Holy Land, in Fra Angelico, catalogo della mostra di New York, a cura di L. Kanter, P. Palladino, New York 2005, pp.27-39; - A. Delle Foglie, Beato Angelico. L'alba del Rinascimento, catalogo della mostra (Musei Capitolini, 8 aprile - 5 luglio 2009), a cura di A. Zuccari, G. Morello e G. De Simone, Milano 2009, pp. 146-147; - Fra Angelico et les maitres de la lumière, catalogo della mostra di Parigi (Musée Jacquemart-André, 23 settembre 2011 - 16 gennaio 2012), Parigi 2011, pp. 131-133; - A. Malquori, Umanesimo e Padri del deserto, in Bagliori dorati. Il Gotico Internazionale a Firenze 1375-1440, catalogo della mostra di Firenze (Galleria degli Uffizi, 19 giugno - 4 novembre 2012) a cura di A. Natali, E. Neri Lusanna e A. Tartuferi, Firenze 2012, pp. 83-91; - A. Malquori, in Bagliori dorati. Il Gotico Internazionale a Firenze 1375-1440, catalogo della mostra di Firenze (Galleria degli Uffizi, 19 giugno - 4 novembre 2012) a cura di A. Natali, E. Neri Lusanna e A. Tartuferi, Firenze 2012, pp. 182-183; - A. Malquori, Il giardino dell'anima. Ascesi e propaganda nelle Tebaidi fiorentine del Quattrocento, in "Gli Uffizi, Studi e Ricerche" 23, Firenze 2012, pp. 119-121; - Atlande delle Tebaidi e dei temi figurativi, a cura di A. Malquori, Firenze 2013, pp. 38-43; - T. Verdon, Beato Angelico, Milano 2015, pp. 113,116,120; - C. B. Strehlke, in Fra Angelico and the Rise of the Florentine Renaissance, catalogo della mostra di Madrid (Museo Nacional del Prado, 28 maggio - 15 settembre 2019), Madrid 2019, pp. 100-105; - G. Tigler, in Santa Maria degli Angeli a Firenze. Da monastero camaldolese a biblioteca umanistica, a cura di C. De Benedictis, C. Milloschi, G. Tigler, Firenze 2022, pp. 100-101, 166-167, note 222-227; - G. De Simone, Al suon de l'angelica tromba. Echi danteschi nei Giudizi universali del Beato Angelico, in The Swilling Walls. Dante e le arti figurative, a cura di R. Arqués, S. Maddalo, L. Pasquini, Brepol Publishers, Turnhout, Belgium, 2023, pp. 192- 217 (in particolare pp. 205-206); - A. Tartuferi, in Beato Angelico, catalogo della mostra di Firenze (Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, 26 settembre 2025 - 25 gennaio 2026), a cura di C. B. Strehlke, A. Tartuferi e S. Casciu, Firenze 2025, pp. 112-113. Il dipinto, ritrovato dopo circa cinquant’anni, è oggi per la prima volta nuovamente visibile dal vero. Costituisce, insieme alla tavola conservata presso il Szépművészeti Múzeum di Budapest, la Tebaide di Beato Angelico, che dovevano essere di circa 230 centimetri di lunghezza. L’opera fu alienata a Firenze nel 1970 e da allora se ne persero le tracce. Tuttavia, grazie a una buona fotografia in bianco e nero, il dipinto è stato ampiamente pubblicato e discusso, sempre in relazione alla tavola ungherese. Salvo due eccezioni, su cui si tornerà, la critica lo ha costantemente riconosciuto come opera dell’Angelico. La ricostruzione della composizione è resa possibile dal confronto con la Tebaide già presso la Galleria degli Uffizi e oggi in deposito al Museo di San Marco, recentemente protagonista della mostra fiorentina ospitata tra Palazzo Strozzi e San Marco. Sarebbero dunque due versioni identiche, entrambe autografe, dedicate a un soggetto raro e poco replicato, la cui commissione resta ancora in parte da chiarire, ma che, come analizza Malquori, “non solo con l’immagine si alludeva a un brano specifico delle Vitae Patrum tramandato dai codici, ma questa immagine acquisiva autorità e forza espressiva proprio in quanto citazione ricercata da modelli figurativi antichi, classici, o sentiti come tali” (Malquori 2012, p. 85). La raffigurazione della vita dei primi eremiti cristiani nel deserto di Tebe conobbe una discreta diffusione tra Trecento e Quattrocento, in contesti sia ecclesiastici sia monastici. Tra le testimonianze più celebri si ricorda l’affresco del Camposanto monumentale di Pisa, dove Buonamico Buffalmacco realizzò una delle prime versioni destinate a diventare modello per le successive. Nel Quattrocento, tuttavia, le interpretazioni di Angelico rappresentano gli esempi più emblematici, insieme alla tavola di Paolo Uccello, oggi alla Galleria dell'Accademia di Firenze. La più antica del secolo però dovrebbe trattarsi della versione frammentaria divisa tra il Kereszrény Muzeum di Esztergom e una collezione privata (già asta Christie’s a Londra nel 1974), già attribuita a Mariotto di Nardo da Miklos Boskovits (1968, p. 7; 2002, p. 171) con una datazione intorno al 1400 e ribadita in occasione della recente mostra fiorentina (cfr. A. Tartuferi, Beato Angelico, Firenze 2025, p. 112). Di particolare interesse è anche analizzare il perché siano state fatte due versioni completamente identiche della Tebaide. Come osservava Miklós Boskovits, infatti, “agli inizi del Quattrocento il concetto di originalità artistica era ancora poco sviluppato, e la pratica della copia era del tutto comune. Tuttavia, era normale che le repliche presentassero variazioni, volontarie o involontarie. La quasi perfetta corrispondenza tra le due composizioni suggerisce invece l’impiego di un medesimo disegno preparatorio e si spiega probabilmente con una destinazione analoga delle opere, oltre che con la complessità dell’impianto compositivo” (2002, pp. 168-171). Le Tebaidi angelichiane sono state oggetto di un acceso dibattito critico. Dal 2009, infatti, la tavola oggi a San Marco è stata ritenuta da alcuni studiosi un falso settecentesco attribuibile a Ignazio Hugford (1703-1778). Nella recente mostra fiorentina (2025–2026), Angelo Tartuferi ha invece ribadito l’autografia dell’Angelico, riprendendo la proposta di Carl Brandon Strehlke, che identifica la tavola di San Marco con quella descritta nell’inventario di Lorenzo de' Medici: “una tavoletta di legname […] di mano di fra’ Giovanni, dipintovi più storie di santi padri” (Questo libro d’inventari [1492] 1512, f. 42v). In realtà, Malquori ha messo in luce come la tavola già Uffizi, essendo di 207 cm, non possa essere riconosciuta in quella descritta nell’inventario di Lorenzo perché le misure indicate sono prossime ai 233 cm (misura prossima a quella che avrebbe dovuto avere l’opera divisa tra Budapest e qui discussa). Nonostante le forti riserve espresse da parte della critica — tra cui Antonio Natali, Alessandra Malquori e Timothy Verdon — a proposito dell’antichità della tavola fiorentina, gli stessi studiosi riconoscono con decisione l’autografia delle due tavole di Budapest e del dipinto qui presentato. I soli Andrea De Marchi (1992) e Strehlke (1998) avevano proposto per la tavola qui presentata e la sua compagna ungherese l’attribuzione a Giovanni Toscani. Ma entrambi, anche dopo aver visto finalmente dal vero l’opera qui discussa, sono concordi nel considerarla senza dubbio angelichiana. Più anticamente erano anche state proposte le attribuzioni a Lorenzo Monaco e Gherardo Starnina, anch’esse ormai abbandonate, seppur tutte proposte che ne denota la qualità pittorica non comune. Per quanto riguarda il contesto di destinazione delle due opere gemelle, Boskovits aveva suggerito l’ambiente vallombrosano legando il fatto che il fratello di Hugford era un monaco vallombrosano e che i Bartolini Salimbeni, famiglia da cui proviene il frammento qui commentato, avessero una cappella in Santa Trinita, chiesa fiorentina dei vallombrosani. Guido Tigler (2022, pp. 100-101, 166-167, note 222-227) e Gerardo De Simone (2023, pp. 205-206) hanno ribadito che potevano essere nate per un contesto camaldolese, come già sostenuto dalla Malquori. Quest’ultima, infatti, pensava che fosse “centrale a Firenze il monastero di Santa Maria degli Angeli, cenobio camaldolese. […] Nel monastero risiedeva Ambrogio Traversari, un monaco che più di altri si era dedicato allo studio del greco. […] Nel 1423 egli ultima la prima parte della traduzione di quelle che lui stesso chiama Vitae Patrum, ossia la raccolta di testi che narrano della vita dei primi asceti del deserto” (Malquori 2012, p. 84). In chiusura, possiamo citare ancora Boskovits, il quale commenta: “in ogni caso ci troviamo di fronte a un precoce tentativo di rievocare, tramite immagini idilliche dell’esistenza dell’anacoreta, che trascorre con la preghiera e con lo studio nella natura, nell’amorevole compagnia dei confratelli e di affettuosi animali selvatici, le origini eremitiche della vita monastica” (p. 171).