Giulia Bellelli al piano
Egdar Degas (Parigi, 19 luglio 1834 - 27 settembre 1917)Giulia Bellelli al pianomatita su carta montata su cartoncino leggero con passpartout, misure 417x262 mmIn basso a destra la scritta autografa: “23 avril 1860 / Florence”Provenienza: dal 1860 appartiene alla famiglia degli eredi dei discendenti del pittoreBibliografia: Degas et la famille Bellelli, catalogo della mostra a cura di Hanne Finsen, Copenhagen 1983, pp. 79-80, n. 5.Un importante disegno di Edgar Degas, che testimonia la sua seconda presenza in Italia, dove oltre a visitare i parenti, veniva per arricchirsi attraverso lo studio dei grandi maestri della pittura rinascimentale. Proprio nel corso di una delle sue visite presso la famiglia della sorella del padre, sposatasi con il barone Bellelli, imprime sul foglio l’immagine di una delle due cugine, Giulia, seduta dinanzi al pianoforte come si intuisce dalla dicitura a tergo della matita “ma cousine Julie Bellelli / E. Degas / Florence 1857-1858 / sentiamo questa sonatina”. Il disegno è di indubbio interesse oltre che per l’importante firma del suo esecutore, anche perché è un documento attestante la seconda presenza di Degas in Italia, il “23 avril 1860 / Florence” come scritto dall’artista in basso al disegno per sospendere la propria memoria, e per aver fermato un momento intimo della vita affettiva di questo straordinario artista «Ho due cuginette a pranzo. La maggiore è veramente un fiore di bellezza; la minore ha il carattere di un diavoletto e la bontà di un angelo. Le dipingo con i loro vestiti neri e i loro grembiulini bianchi che le rendono affascinanti. Ho varie idee per lo sfondo. Vorrei ottenere una certa grazia naturale assieme a una nobiltà che non riesco bene a definire». Peraltro, si segnala che la scritta sopra riportata, non compare nella scheda del catalogo del 1983, quando il foglio venne esposto nella significativa mostra dedicata proprio al legame intrattenuto dal pittore con gli zii della famiglia in Firenze realizzata a Copenaghen (Degas et la famille Bellelli, catalogo della mostra a cura di Hanne Finsen, Copenhagen 1983, pp. 79-80, n. 5). Si veda anche il contributo di J. Sutherland Boggs, La famiglia Bellelli, nell’articolo apparso in “The Art Bullettin”, (juin 1955, n. 2, pp. 127-136) e nella relativa traduzione (Edgar Degas et les Bellelli, pp. 14-19) pubblicata nel suddetto catalogo danese. Il disegno è corredato dallo studio di Franco Moro effettuato avendo visto il foglio in originale. Si veda scheda allegata dalla quale sono tratte queste considerazioni. Un disegno di Degas in ItaliaE’ ben noto e storicamente documentato il legame di sangue che Hilaire GermainEdgar de Gas, più facilmente e notoriamente conosciuto come Edgar Degas,intrattenne con l’Italia. Un rapporto piuttosto intenso e radicato, che si sviluppòattraverso la frequentazione dei parenti italiani, conducendolo a frequentare piùvolte la penisola (P.A. Lemoisne, Degas et son oeuvre, 4 vol. Paris 1946-48).Gli interessi artistici del giovane talento si intrecciavano ai legami affettivi, inparticolare nei riguardi del nonno paterno napoletano, Hilaire Degas, ma anchenei confronti della sorella del padre, la zia sposatasi con il barone fiorentinoBellelli e con le cugine Giulia e Giovanna.Il rapido studio a matita, appena impressionisticamente tratteggiato, riproduce ilprofilo della figura della cuginetta del pittore, Giulia Bellelli al pianoforte. Si trattadi una significativa testimonianza della giovanile presenza a Firenze di Degas.Costituisce un esempio tratto dal vero, un’istantanea utile nella realizzazione diquel dipinto che Degas intendeva dipingere in omaggio agli zii che lo ospitarono,determinante tassello nella ricostruzione del percorso creativo per giungere allarealizzazione del primo impegnativo dipinto compiuto a Firenze tra il 1858 e il ’60,verosimilmente completato a Parigi.Edgar era il primogenito di Pierre Auguste Hyacinthe e di Célestine Musson, natoa Parigi il 19 luglio 1834 dove morirà il 27 settembre 1917. Nel 1847 muore lamadre mentre il padre, che inizialmente sperava di avviare Edgar alla carriera dimagistrato, osteggiò la sua vocazione artistica. In breve tempo modificòl’atteggiamento assecondando e sostenendo con entusiasmo il figlio, a patto che visi dedicasse con impegno. Degas non poteva sperare di meglio; trascorse lunghipomeriggi al museo del Louvre per ammirare i maestri del Rinascimento italiano,caso raro per gli artisti della sua generazione. Degas studiò con attenzione imaestri del passato, e tra i contemporanei in particolare Ingres fu oggetto di unavera e propria venerazione da parte del giovane, che ne ammirava la purezzaformale e l’eleganza della linea. Una volta acquisita dimestichezza e maestria nontardò a sentirsi soffocato dalla sterile rigidità del disegno accademico, ritenutoinadeguato e mortificante. Per questo motivo smise di seguire le lezioni malgradole importanti amicizie che aveva stretto nell’ambiente parigino. Nel 1856 inauguròil suo personale grand tour tra Roma e Napoli, nella quale risiedevano i suoiparenti. Nella città partenopea l’artista si recò per ricongiungersi con il nonnoRené Hilaire, che lo ospitò nella sua vasta dimora, in palazzo Pignatelli diMonteleone: il viaggio in Italia, oltre a un’inestimabile opportunità formativa, eraoccasione per incontrare i familiari, in parte residenti a Napoli, in parte a Firenze.Napoli, città esuberante e vivace che offriva oltre al clima splendidamentemediterraneo, un grande fervore culturale. Vicende che vengono riassunte dallafondamentale ricerca svolta da un discendente della famiglia che aveva sposato lapronipote di una sorella del padre del pittore, Rose Adelaide Degas Morbilli (R.Raimondi, Degas e la sua famiglia in Napoli 1793-1917, Napoli 1958).Una volta compiuti ventidue anni il giovane artista Edgar Degas scelse dicoronare la dura attività di studio compiuta a Parigi con un viaggio di formazionein Italia. Dopo Napoli il 7 ottobre 1856 si diresse a Roma dove ebbe modo difrequentare l’ambiente artistico e divenire amico del collega Gustave Moreau.Dopo aver sostato a Viterbo, Orvieto, Perugia, Assisi e Arezzo, nell’agosto 1858Degas giunse a Firenze, dove si ricongiunse e fu ospite dalla zia paterna LauraDegas, unitasi in matrimonio (1842) con il barone Gennaro Bellelli, abitanti con leloro due figlie in un appartamento in piazza Maria Antonia, nel moderno quartieredel Barbano, l’odierna piazza dell’Indipendenza. La famiglia Bellelli, fino alloraresidente a Napoli, dopo aver giocato un ruolo attivo negli avvenimenti politici del1848, nel maggio 1849 sarà costretta ad andare in esilio fino a rifugiarsi a Firenze(Degas e l’Italia, catalogo della mostra, Roma 1984).Fin dal ‘58 il pittore meditava sulla composizione di un quadro da realizzare peromaggiare la generosità degli zii. Lo sappiamo grazie alla fitta corrispondenzaepistolare che Auguste De Gas intrattiene con il figlio, cui confidò:«Cominci un così grande quadro il 29 dicembre e credi di averlo finito il 28 febbraio.Ne dubitiamo moltissimo: infine se ho un consiglio da darti è di farlo con calma epazienza, perché altrimenti rischieresti di non portarlo a termine e di dare a tuo zioBellelli un giusto motivo di scontentezza»(Auguste De Gas)La documentazione pervenutaci non rivela se il dipinto cui si riferisce il papàAuguste si tratti effettivamente de La famiglia Bellelli o, piuttosto, di un suostudio, o magari di una sua versione allo stato embrionale. Comunque sia, Degasprese molto sul serio il consiglio del padre e continuò a lavorare al dipinto ancheuna volta ritornato a Parigi, dove eseguì copiosamente disegni, bozzetti e «studi dieffetti di valori e di toni decorativi». Del lavoro preparatorio relativo al dipinto, ineffetti, sono rimaste numerose tracce: molte di queste, in particolare, presentanouno sviluppo verticale, e lasciano intendere che, in origine, Degas pensasse diritrarre esclusivamente la zia con le due figlie, tralasciando Gennaro Bellelli, cheDegas detestava per via del temperamento iniquo e del cattivo carattere mostratodallo zio verso amici e conoscenti. Significativi, inoltre, il bozzetto a pastellodell’intera composizione e i diversi abbozzi su fogli sciolti che Degas ci ha lasciato,di cui si segnala uno schizzo che coglie squisitamente l’atteggiamento dinamicoma annoiato della piccola Giulia.Prezioso a riguardo il commento che Degas lasciò nei suoi taccuini in merito aimodelli:«Ho due cuginette a pranzo. La maggiore è veramente un fiore di bellezza; la minoreha il carattere di un diavoletto e la bontà di un angelo. Le dipingo con i loro vestitineri e i loro grembiulini bianchi che le rendono affascinanti. Ho varie idee per losfondo. Vorrei ottenere una certa grazia naturale assieme a una nobiltà che nonriesco bene a definire».In questo contesto nasce il rapido studio della fanciulla di profilo seduta al piano.Un esempio che testimonia delle continue idee di cui il pittore amava circondarsicon lo scopo di trovare la soluzione finale per la composizione. Un essenzialeschizzo di getto a grafite mentre la cugina Giulia Bellelli, seduta impettita sullasedia, con tutta la concentrazione necessaria, suona un motivo sulla tastiera delpianoforte. Nulla è trascurato, ogni dettaglio viene osservato e fissato con l’occhioattento di una visione essenziale. La sensibilissima grazia con la quale viene coltoil delizioso profilo espressivo, la testa a caschetto della fanciulla, colma di ciocche,in totale coerenza con lo studio a matita raffigurante la stessa Giulia preparatorioper l’esito finale del dipinto, oltre a fugare ogni dubbio sulla autografia ed esseregià sufficienti per comprendere l’estrema qualità del foglio. L’attenzione rivolta aidettagli sobri quanto eleganti dell’abito, allo schienale e alle gambe tornite dellaseggiola, agli arti vibranti, con quei piedini incrociati appoggiati sulla predella checalzano deliziosi sandali.La scritta autografa di Degas in calce al disegno, rimasta coperta e protetta dalpassepartout, ci informa di una esecuzione il “23 avril 1860 / Florence”, mentrela datazione riportata sul retro dalla scritta autografa dell’autore, apposta alcentro del foglietto applicato sul cartone di rifodero, testimonia l’esecuzione aglianni del soggiorno fiorentino e all’inizio del concepimento del dipinto: “ma cousineJulia Bellelli / E. Degas / Florence 1857-1858 / sentiamo questa sonatina”.Quest’ultima scritta è la stessa che viene riportata dalla scheda del catalogo del1983, quando il foglio venne esposto nella significativa mostra dedicata proprio allegame intrattenuto dal pittore con gli zii della famiglia fiorentina realizzata aCopenaghen (Degas et la famille Bellelli, catalogo della mostra a cura di HanneFinsen, Copenhagen 1983, pp. 79-80, n. 5). Si veda anche il contributo di J.Sutherland Boggs, La famiglia Bellelli, nell’articolo apparso in “The Art Bullettin”,(juin 1955, n. 2, pp. 127-136) e nella relativa traduzione (Edgar Degas et lesBellelli, pp. 14-19) pubblicata nel suddetto catalogo danese.La data riportata in calce al presente disegno risulta estremamente importanteper definire i tempi del secondo soggiorno fiorentino di Edgar Degas. Sappiamoinfatti che, provenendo da Marsiglia, il pittore il 21 marzo 1860 ritorna a Napoliper la prima volta dopo la morte del nonno. Ha l’occasione di rivedere le sorelleThérèse e Marguerite oltre ai cugini Morbilli. Il 2 aprile si dirige verso Livorno pergiungere a Firenze presso gli zii Bellelli, dove non si conoscono i tempi delsoggiorno. Nel catalogo della mostra del 1988 (Degas, Paris, pp. 53-54) si ignorala data della sua partenza per Parigi. Il foglio qui esaminato costituisce dunque latestimonianza non solo del ritorno ad occuparsi del tema riguardante le propriecugine, ma conferma il soggiorno fiorentino e lo attesta almeno sino al 23 aprile1860.Quando Degas rientra a Parigi ha compiuto considerevoli progressi. Dopo tre annidi soggiorno nella penisola la sua conoscenza dell’arte classica ha subito notevolievoluzioni rispetto alla trasmissione del classicismo sùbito dalla lezione di Ingrese dei suoi seguaci presso i quali si era inizialmente abbeverato. Lo studio di Giuliaal piano costituisce un momento di notevole risalto nel percorso formativo delpittore francese e una significativa testimonianza del suo soggiorno fiorentino.Piacenza, 24 gennaio 2026 Franco Moro