Giuseppe e la moglie di Putifarre
Il dipinto è accompagnato dalle expertise del prof. Federico Zeri, della prof.ssa Mina Gregori e del prof. Stephen Pepper. L'opera è stata sottoposta ad indagine chimica della pellicola pittorica, effettuata da Diagnostica per l'Arte Fabbri di Davide Bussolari, che ha rilevato la piena congruenza dei pigmenti con la datazione dell'opera nel XVII secolo. Al retro la tela di rifodero reca iscrizione a pennello: "GRF". Il dipinto è presentato in regime di temporanea importazione. Questa tela superba costituisce una nitida e sontuosa messa in scena della storia narrata nella Genesi (39,7-18) in cui la moglie di Putifarre, ufficiale del Faraone, cerca reiteratamente di sedurre il giovane schiavo ebreo Giuseppe, incontrando sempre il rifiuto di quest'ultimo. In particolare il dipinto si concentra sul momento in cui Giuseppe decide di fuggire dalla donna, la quale però riesce a strappargli il suo mantello. Guido Reni si cimentò in questo soggetto in altre due circostanze, sempre adottando il medesimo impianto compositivo, del resto di grande eleganza e perfetta efficacia narrativa: la tela oggi presso la collezione del visconte di Coke (Holkham Hall, Norfolk) e quella nel Museo Puskin a Mosca, entrambi di misure monumentali analoghe a quelle della nostra versione. L'elevata tenuta qualitativa e l'estrema accuratezza esecutiva confortano il riferimento alla mano di Guido anche per la tela qui in oggetto, sebbene non sia da escludersi il contributo di uno dei migliori allievi del maestro, titolare, com'è noto, di un atelier in cui sono transitati alcuni dei maggiori artisti attivi in Italia nella prima metà del Seicento. In particolare, merita di essere presa in considerazione l'opinione che Erich Schleier comunicò direttamente alla proprietà secondo la quale, accanto a quella prevalente di Guido, si potesse rilevare nel dipinto anche la mano di Giovanni Giacomo Sementi.