Mario Balassi
Mario Balassi (Firenze, 1604 - 1667) ALLEGORIA DELLA TEMPERANZA olio su tela, cm 75x61 ALLEGORY OF TEMPERANCE oil on canvas, 75x61 cm Si riporta qui di seguito lo studio di Sandro Bellesi. "Entro uno spazio delimitato esclusivamente da un tendaggio in velluto grigio-cenere è raffigurata, in primissimo piano, una giovane e avvenente figura muliebre, dalla levigatissima pelle alabastrina e da una folta chioma con ricci inanellati color rame cadenti sulle spalle, in atto di sorreggere tra le mani una brocca dorata. La brocca, unico oggetto presente nel dipinto, è da leggersi come un elemento simbolico, elemento da associare, in via iconografica, al personaggio raffigurato. Escludendo la possibilità di identificare nella donna figure della mitologia classica come Ebe e Pandora, effigiate distintamente con una brocca e una coppa e con un vaso o una brocca con coperchio, appare plausibile leggere nella giovane effigiata nell’opera una personificazione umana della Temperanza, una delle quattro virtù cardinali insieme alla Fortezza, alla Giustizia e alla Prudenza. Seppur a volte illustrata iconograficamente con altri elementi simbolici come la briglia e la spada inserita nell’elsa, questa virtù era descritta solitamente nelle pitture condotte in età barocca con la brocca. Questo oggetto, accompagnato talvolta da una torcia o da un bacile, simboleggiava le caratteristiche proprie di questa virtù. Grazie all’acqua contenuta nella brocca può essere spenta una torcia o sempre per mezzo all’acqua, questa volta calda, versata da una brocca in un bacile con liquido freddo può essere moderato il calore: ovvie allusioni al fuoco della lussuria temperati dall’acqua e alla moderazione delle passioni e dei sentimenti umani simboleggiati dalla giusta temperatura del liquido, grazie, allegoricamente, alla “temperanza”. In base ai caratteri stilistici e alla tipologia della figura femminile è possibile assegnare l’opera, già riferita a Cesare Dandini da Rodolfo Pallucchini in una perizia databile ai primi anni ottanta del Novecento, al catalogo autografo di Mario Balassi, pittore seicentesco fiorentino. Avviato alla pittura inizialmente sotto la guida di Jacopo Ligozzi e poi nell’atelier di Matteo Rosselli, Balassi, nato a nel capoluogo toscano nel 1604, strinse in giovane età saldi e proficui legami con l’anziano Domenico Cresti detto Il Passignano, artista con il quale si trasferì intorno alla metà degli anni venti a Roma, città dove ebbe la possibilità di dedicarsi allo studio dei capolavori dell’antichità e delle opere dei grandi maestri del secolo precedente e coevi, in particolare Raffaello e Guido Reni. Rimasto nell’Urbe anche in seguito alla partenza del Passignano, Balassi, grazie soprattutto alla protezione di Taddeo Barberini, eseguì alcuni dipinti destinati a edifici di culto che gli consentirono di ottenere nuove e importanti commissioni. A Roma entrò in contatto con personaggi di rilievo, come il generale Ottavio Piccolomini, insieme al quale si recò, all’inizio degli anni trenta, a Vienna dove realizzò soprattutto ritratti dei membri della casata imperiale. Dopo aver lasciato la capitale austriaca, l’artista, prima di far ritorno in patria, ebbe modo di visitare la Dalmazia e Venezia, città, quest’ultima, dove “acquistò gran pratica nel conoscere le maniere di tutti coloro che vi avevano operato” (Filippo Baldinucci). Rientrato in Toscana intorno al 1637, il pittore, forte dei successi già conseguiti fu impegnato inizialmente per il cardinale Giovan Carlo de’ Medici, realizzando essenzialmente ritratti della famiglia granducale. Insieme alle committenze medicee e private, Balassi dette inizio a una fiorente attività legata, in particolare, all’esecuzione di pale d’altare destinate al “contado”. Oltre che per la città di Prato, dove fu impegnato a più riprese per vari decenni, il pittore eseguì opere degne di nota per Empoli, dove, per la chiesa locale dedicata a Santo Stefano, dipinse una delle opere più note del suo ultimo tempo di attività: l’Assunzione della Vergine e santi, firmata e datata 1659. Ammirato dai critici del suo tempo per l’originalità delle sue composizioni, definite con garbata eleganza e buona perizia pittorica, l’artista morì a Firenze nel 1667 (per l’artista si veda soprattutto R. Carapelli in Il Seicento Fiorentino. Biografie, catalogo della mostra, Firenze, 1986, pp. 33-34; S. Bellesi, Catalogo dei pittori fiorentini del 600 e ‘700. Biografie e opere, 3 voll., Firenze, 2009, I, pp. 73-74 e III, pp. 22-28 figg. 33-48; F. Berti, Mario Balassi 1604-1667. Catalogo completo dei dipinti e dei disegni, Firenze, 2015). Interessante e inedita acquisizione al catalogo finora conosciuto di Balassi, l’opera, databile probabilmente agli anni cinquanta del Seicento, trova utili termini di confronto stilistico e tipologico con varie opere licenziate dell’artista, soprattutto mezze figure femminili, spesso raffiguranti personificazioni allegoriche. Tra queste, per maggiori affinità con l’opera in esame meritano di essere ricordate le tele con l’Allegoria della Scultura presso Carlo Orsi a Milano e il Ritratto di Vittoria della Rovere in veste allegorica già nella Galerie Canesso a Parigi (per queste si veda F. Berti, op. cit., pp. 142 n. 49 e 147 n. 56; con bibliografia precedente). Rispetto a gran parte delle pitture di Tarchiani, questa si caratterizza, come rilevato non a caso da Pallucchini nella sua perizia sopra citata, per una smaccata adesione al linguaggio di Cesare Dandini, ben evidente nella resa eburnea delle carni della figura e nell’intonazione fortemente smaltata delle stoffe, alternanti smaglianti bianchi perlacei ad azzurri avio e aranci opachi a grigi antracite".