| AltreInformazioni | Pittore di formazione postmacchiaiola, iI livornese Silvio Bicchi è tutt’oggi ingiustamente considerato un epigono attardato e marginale di quella stagione pittorica. Pochi e piuttosto stringati i contributi critici, se si esclude il pregevole saggio monografico dedicato all’artista da Marco Fagioli in occasione della mostra tenutasi a Montopoli nell’ormai lontano 2002 (Silvio Bicchi, un maestro della pittura del Novecento a Montopoli, a cura di Marco Fagioli, Renzo Gamucci, Antonio Guicciardini Salini, Montopoli in Valdarno (Pisa), sala Pio XII, 21 settembre - 20 ottobre 2002). Dopo gli esordi all’ombra di Fattori - seguendo una sorte condivisa da tutti i colleghi livornesi della sua generazione - Bicchi si reca a Parigi nel 1906, nello stesso anno di un altro livornese, Amedeo Modigliani. In seguito visita Londra, dove si interessa ai ritrattisti del secondo ‘700 e dell‘800 inglese e successivamente si trasferisce negli Stati Uniti, dove soggiorna per alcuni anni. In questo grande e magnifico ritratto - di cui purtroppo non conosciamo né la genesi né l’identità del giovane effigiato - è evidente l’adeguamento stilistico ai modelli della ritrattistica internazionale elegante praticata da James Abbott McNeill Whistler e John Singer Sargent, ai quali il livornese sembra rifarsi con originale cifra linguistica. La posa disinvolta, gli abiti eleganti - si noti la bombetta appoggiata con noncuranza sul mobile in primo piano - il volto ruotato e lo sguardo attento rivolto improvvisamente di lato fanno pensare a una grande familiarità con l’effigiato, forse passato allo studio del pittore (si vedano i pennelli e la cartella di stampe o disegni appoggiata davanti alle grandi tele rivolte verso la parete) per una breve visita amichevole. Rientrato in Italia nel 1914, Bicchi sviluppa uno stile personale graffiante, caratterizzato da un tratto nervoso e corsivo di grande intensità espressiva, in una riuscita sintesi tra origini fattoriane, influenze della pittura americana di “folklore” alla Frederic Remington e un verismo crudo e al tempo stesso vagamente melodrammatico, più evidente nelle grandi scene di interni animati degli anni Venti e Trenta. Muore a Firenze nel 1948. L. G. |
| Datazione | 1912 |
| Dimensioni | cm 135x135 |
| Tecnica | Olio su tela |