Vassoietto
Nacque a Montella, presso Avellino, da Gaetano e Teresa Volpe. Adolescente, si trasferì con la famiglia a Vietri sul Mare, località nota per la produzione di ceramica di uso comune. A quindici anni, nonostante l'opposizione del padre, abbandonò il ginnasio per entrare come apprendista nella fabbrica di ceramiche di Francesco Avallone. Sin dagli esordi subì l'influenza dello stile importato nella cittadina campana dai ceramisti tedeschi attivi nell'Industria ceramica salernitana (ICS) dell'imprenditore Max Melamerson. La presenza di un nutrito gruppo di maestranze straniere segna un contributo decisivo al rinnovamento del linguaggio ceramico di Vietri, pur nel rispetto delle tecniche, dei colori e delle condizioni lavorative locali. Nelle poche ceramiche che sono rimaste del periodo giovanile di Gambone si evidenzia il processo di assimilazione dei nuovi stilemi, improntati all'essenzialità della raffigurazione e carichi di suggestioni medievali, derivate da R. Dölker. Altrettanto importante per il suo lavoro fu l'esempio della ceramica di Irene Kowaliska, il cui influsso stilistico si riscontra, per esempio, in un orcio istoriato del Gambone, riferito al 1932-33.Una particolare attenzione ai modelli iconografici di Dölker dimostrano i due piatti dell'Industria ceramica Avallone, attribuiti a Gambone., che nel 1928 apparvero sulla rivista Domus tra gli esempi migliori della produzione ceramica esposta in quello stesso anno alla II Quadriennale di Pesaro. La mano del Gambone è riconoscibile anche nelle ceramiche che Avallone presentò alla IV Esposizione internazionale d'arte decorativa e industriale di Monza del 1930.Nel 1928 Gambone realizzò i primi dipinti, prove iniziali di una produzione pittorica che si fece cospicua nel corso degli anni e che appare stilisticamente vicina a quella ceramica, benché circoscritta a un ambito di ricerca privato e non destinata alle esposizioni. Nel 1933 Gambone, in seguito a un incidente stradale, perse una gamba. Nonostante il grave infortunio, seguitò a lavorare e, nel 1935, quando Dölker lasciò Vietri, assunse l'incarico di capo pittore decoratore presso l'ICS di Melamerson. L'anno seguente, insieme con i fratelli Vincenzo e Salvatore Procida e Francesco Solimena, si trasferì a Firenze dove lavorò nell'impresa che Melamerson aveva impiantato con la ditta Cantagalli. Appartengono a questa fase i quattro pezzi in maiolica policroma del Museo della ceramica di Raito a Vietri sul Mare, in cui si osservano ancora retaggi della cultura tedesca. Rientrato a Vietri nel 1939 riprese il suo posto nell'impresa di Melamerson che, diretta ora da Luigi Negri, aveva cambiato il nome in Manifattura artistica ceramica salernitana. Cinque anni più tardi, nel 1944, si mise in proprio e, con Andrea D'Arienzo, aprì una piccola fabbrica, denominata La Faenzarella.In questa impresa Gambone trovò le condizioni favorevoli per esprimere il personale patrimonio di conoscenza dei linguaggi e delle tecniche e per avviare quell'approfondimento sugli smalti e sui procedimenti di smaltatura che lo portarono a interessanti effetti di screziatura e di craquelé; la produzione della Faenzerella si caratterizza proprio per questo particolare smalto, denominato Gambone, imitato anche da altre fabbriche locali, e per la rielaborazione dei motivi più tradizionali di Vietri, quali il celebre asinello, creato da Dölker, e i fiori.Nel 1947 Gambone espose alla VIII Triennale di Milano - rassegna alla quale prese parte continuativamente dal 1951 al 1960 - e al VI Concorso nazionale della ceramica di Faenza - cui partecipò costantemente in seguito - dove presentò il pannello con l'allegoria Repubblica italiana al lavoro (Faenza, Museo internazionale della ceramica), che si sposa con la voluta opacità dello smalto. L'anno seguente, nell'ambito del VII Concorso nazionale, il G. si aggiudicò il premio Faenza grazie anche a una coppa con ornati astratti in bruno e giallo su bianco. Nel 1949 vinse nuovamente il premio Faenza, ma ex aequo con Bucci, presentando una fiasca a forma di donna sdraiata, intitolata La Faenzarella che evidenzia una "lontana ispirazione esotica, resa mediterranea dalla cordialità della larga modellatura e dalla preziosità degli smalti vetrosi" (Liverani). Nel 1950 Gambone prese parte alla XXV Biennale di Venezia con Nudo sul dorso (ceramica) e con la piastrella Ratto di Europa (Firenze, eredi Gambone). Nello stesso anno fu tra i ceramisti chiamati a rappresentare l'artigianato italiano nella mostra itinerante "Italy at work. Her renaissance in design today", organizzata dall'Art Institute di Chicago e dalla Compagnia nazionale artigiana, con la collaborazione dei più importanti musei americani e del governo italiano. Sempre nel 1950, chiusa la Faenzarella, seguito da D'Arienzo e dal torniante Vincenzo Procida, si trasferì definitivamente a Firenze, dove aprì una fabbrica che prese il suo nome. Nel laboratorio di palazzo dei Diavoli, in via B. Marcello, Gambone, ormai lontano dall'esperienza vietrese, orientò il suo stile verso i valori plastici dell'arte vasaria, oltre i limiti dell'aspetto decorativo che poté superare grazie anche all'introduzione del grès. Negli anni Cinquanta, oltre a prendere parte a molte rassegne internazionali di ceramica, allestì una personale alla galleria Il Milione di Milano, nel 1951; due anni dopo espose alla galleria Strozzina di Firenze e nel 1954, a Faenza, partecipando al XII Concorso nazionale della ceramica, vinse il premio G. Ballarini grazie a due pezzi in grès, La madre e Donna distesa (entrambi conservati al Museo internazionale della ceramica di Faenza), che evidenziano il suo interesse per una sintesi di matrice cubista. D'altro canto, proprio la produzione di questo periodo vede Gambone orientato verso molti e diversi aspetti dell'arte moderna e contemporanea: da P. Picasso a P. Klee e J. Miró, fino alla pittura di G. Morandi e a quella informale. Negli anni Sessanta continuò a privilegiare il grès, che abbinò alle più svariate tipologie e che gli consentì una approfondita ricerca sugli effetti delle superfici ruvide. Se nelle forme si riconosce ancora una particolare attenzione per oggetti di uso comune, come vasi, ciotole, fiasche e bottiglie, lo studio dei motivi antropomorfici rivela un'elaborazione che tiene conto unicamente dell'aspetto plastico. La libera esaltazione delle forme e il gioco plastico dell'oggetto raggiungeranno esiti sostanzialmente aniconici, per esempio, nel grande pannello bianco Arrotondamenti (Firenze, eredi Gambone) premiato a Faenza nel 1967.Gambone si aggiudicò il premio Faenza ancora nel 1959, 1960, 1961 (XVII, XVIII e XIX Concorso nazionale della ceramica). Sempre nel 1960 vinse la medaglia d'oro alla quinta edizione del premio Mastro Giorgio (Gubbio) e, l'anno seguente, quello dell'Ente autonomo Mostra mercato nazionale dell'artigianato (Firenze). Nel 1962 gli fu conferita la medaglia d'oro al XX Concorso nazionale della ceramica (il lavoro premiato venne acquisito per il Museo internazionale delle ceramiche di Faenza) e partecipò al IV Concorso internazionale di arte ceramica di Gualdo Tadino, dove venne premiato ex aequo con A. Hovisari e G. Dragoni. Sempre nel 1962, partecipò all'Esposizione internazionale della ceramica contemporanea di Praga, ottenendo la medaglia d'oro. Nel 1963 vinse, ex aequo con L. Assirelli, il premio Città di Cervia, che si aggiudicò anche nel 1964 (ex aequo con B. Bagnoli e G. Dragoni). Sempre nel 1963 presentò due pezzi "di vera e propria scultura… informale" (Zetti Ugolotti) a Monza, nell'ambito del concorso ceramico. L'anno seguente partecipò alla collettiva "Ceramiche d'arte italiane", svoltasi a Roma presso la galleria Penelope. Nel 1968 prese parte con un lavoro in grès alla XIV Triennale di Milano.